Assistere e maltrattare sono parole diametralmente opposte e chiunque si presti per dare assistenza in qualsiasi ruolo professionale o tecnico non può che condannare chi maltratta.

 

li eventi di violenza sia fisica che psicologica sui soggetti così chiamati “fragili” avvenuti nel nostro territorio toscano hanno fatto rabbrividire tutti: casi che la Magistratura ha già in carico sia per il caso di contenzione fisica dell’Ospedale San Giovanni di Dio che per i maltrattamenti agli anziani dell’R.S.A di Prato (anche se, sarebbe necessario accertarsi se i casi suddetti riguardano veramente infermieri: nell’immaginario collettivo, purtroppo, tutti sono infermieri solo perché “portavano una divisa bianca”). Come Collegio IP.AS.VI. di Firenze sentiamo la necessità di prendere le dovute distanze di fronte a questi fatti che, oltre al mancato rispetto del decoro professionale, sono comportamenti  delinquenziali e privi di ogni senso di etica e morale. Un operatore di questo tipo, al di là delle proprie inclinazioni soggettive e alla propria storia personale e familiare, che motivazioni può avere per maltrattare i soggetti così detti fragili? Senza cadere in interpretazioni psicologiche, si può provare a fare un’analisi macroscopica socio-professionale: quante strutture sia residenziali che ospedaliere, hanno adottato e adottano modelli organizzativi basati sulla complessità assistenziale, con un sistema di valutazione dei risultati? Quanti operatori vengono valutati sulla base della loro performance assistenziale? Quanti operatori neo assunti hanno seguito un percorso di inserimento? 

Queste domande sembrano fuorvianti rispetto all’argomento trattato ma non è così. Cercando di distaccarsi dal comportamento criminale, bisogna ricordare che il buon raggiungimento dei risultati in termini di assistenza passano attraverso il corretto management delle risorse umane, che siano queste infermieri o OSS. Sempre di più ci si imbatte in questi casi di malasanità anche perché si assiste ad un crescente appiattimento culturale dell’infermieristica e del concetto di presa in carico, che è rappresentato da un processo, un insieme di azioni, percorsi, strategie, che il servizio sanitario mette in atto per rispondere a bisogni di salute complessi e che richiedono un ‘assistenza continuativa o prolungata nel tempo coinvolgendo diverse professionalità . Quindi la multidisciplinarità, l’interdisciplinarità e la multidimensionalità dell’assistenza. Tre parolone che racchiudono un concetto ampio e difficile da mettere in pratica, forse perché, già a partire dai “banchi” dell’università, non ci si crede. Sembrano parole- contenitore vuoti e privi di un senso pratico e soprattutto inapplicabili nel reale assistenziale. 

Pensiamo al corretto utilizzo della documentazione clinico assistenziale, strumento indispensabile sia per la tracciatura delle azioni diagnostico-terapeutici-assistenziali di un processo e poi percorso di presa in carico: per la medicina difensiva adesso si scrive anche quante volte si cambia la biancheria ad un letto di un’unità-paziente, ma non c’è traccia di una corretta valutazione dei bisogni assistenziale come manca la pianificazione assistenziale e la relazione di dimissione infermieristica corredata di obiettivi educativi-assistenziali che la persona malata e la sua famiglia dovrebbero raggiungere all’interno di un percorso di presa in carico. Non bisogna scordare che la funzione relazionale è un aspetto fondamentale della professione infermieristica ed è nominata nel Profilo Professionale D.M. 739/1994 e nel Codice Deontologico - atti avente forza legge in quanto nominati in una legge dello Stato: L. 42/99 e 251/2000 - pertanto, tale funzione dovrebbe essere valutata, monitorata e gestita. La mancata cura di questo aspetto, unito alla Formazione Continua ed al supporto psicologico all’ascolto dell’operatore che tutte le ASL e Strutture Sanitarie dovrebbero avere, non solo riduce il rischio burn-out (una piaga professionale in continua evoluzione e peggioramento) ma terrebbe sotto controllo questi eventi e potenzierebbe anche competenze. Tutto ciò potrebbe incidere anche sulla funzione educativa dell’infermiere e la sua capacità di stare con il malato e la sua famiglia, anche alla luce dei bisogni di salute in termini di cronicità e fragilità. Ripartiamo da qui. 

Articolo 2, L'assistenza infermieristica è servizio alla persona, alla famiglia e alla collettività. Si realizza attraverso interventi specifici, autonomi e complementari di natura intellettuale, tecnico-scientifica, gestionale, relazionale ed educativa.

Articolo 3, La responsabilità dell'infermiere consiste nell’assistere, nel curare e nel prendersi cura dellapersona nel rispetto della vita, della salute, della libertà e della dignità dell'individuo.

… siamo pronti?

Irene Galli
Consigliera Collegio IPASVI Firenze

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